Sono poco più di quindici anni che pratico arti marziali, sebbene io stesso consideri tale tempo solo l'inizio di un percorso ancora ben lontano dallo scorgerne la meta all'orizzonte, semmai ci sarà, posso oggi iniziare anche a guardarmi indietro ed a trarre alcune considerazioni sulle esperienze accumulate.In questi anni ho incontrato, grazie alla pratica marziale tante persone, tanti allievi da non ricordarne il nome, tanti più o meno insegnanti ed una manciata di maestri. In queste righe vorrei trattare di un argomento che mi sta particolarmente a cuore, ed è la libertà nella pratica delle arti marziali. Nei Dojo (luoghi di pratica) delle arti tradizionali, cosa si insegna oggi ? Cosa si vuole trasmettere ? Che tipo di individuo si vuole formare ?Spesso ho notato, un'aria austera, rigida, nelle classi. Il maestro s'innalza sopra gli allievi, è la figura di riferimento, un accentratore intorno al quale gli allievi ruotano.Questo atteggiamento, duro, serio e distaccato, è giustificato dagli insegnanti con il rispetto e l'educazione, dovuti al maestro, ai compagni, ed all'arte praticata (che diventa un dogma, una fede)…Balle ! Non è questo il punto.Ho incontrato insegnanti che non scambiavano tecniche con i propri allievi o che si riservavano i loro preziosi insegnamenti solo per i gradi superiori, che imponevano di farsi chiamare "maestri" o "gran maestri", ed io, non condividendo questo modo di fare, ho sempre insegnato personalmente la prima tecnica all'ultimo arrivato, senza, qualora non fosse impossibile, demandare l'istruzione degli "ultimi" ai gradi "inferiori".Molti obietteranno, "Non funziona così !" - "La tradizione vuole che gli ultimi siano gerarchicamente inquadrati nel livello più basso di praticanti e che il maestro si dedichi agli allievi più anziani, bisogna insegnare l'umiltà prima di tutto !" - Forse…Ognuno può pensarla come vuole, ma come si insegna l'umiltà senza dimostrarla ?Tornando alla domanda principale di questo articolo: "Che tipo di persona sarà l'allievo che esce dal nostro Dojo ?" Be, se abbiamo un programma, l'allievo diligente lo segue, mostriamo una rigidità reverenziale che l'allievo diligente rispetta, creeremo quindi un buon tecnico, e forse un buon istruttore, ma è abbastanza ? E' questo il fine dell'arte ?Certo, anche ! Ma è una risposta parziale perché nel Dojo sapremo dimostrare gli anni spesi nella pratica, saremo quindi rispettati per la nostra abilità, l'arte sarà però fine a se stessa. Nella mia prima esperienza di insegnante sono stato molto duro, ho intimorito i miei allievi, ricordo che uno arrivò a piangere prima di una sessione di sparring, credeva che gli avrei fatto del male, un altro solo dopo qualche anno ebbe il coraggio di dirmi che all'inizio aveva paura perfino di rivolgermi la parola. E' questo il tipo di rispetto che gli insegnanti desiderano ? Vedendo me stesso, sia come insegnante, che come allievo, posso affermare che rispetto i miei maestri per ciò che mi insegnano, non parlo di tecniche, quelle le insegnano tutti, ma per qualche cosa che va oltre, e, forse, spero, ho il rispetto dei miei allievi per lo stesso motivo.
L'atmosfera del Dojo oggi è silenziosa ma non austera, gli allenamenti sono duri ma non opprimenti, perché la fonte di frustrazione non è lo sguardo tagliente dell'insegnante pronto a giudicarti, ma il sorriso, che accompagna l'allievo nel non riuscire a superare i propri limiti.
Ho incontrato insegnanti che ti sommergono di parole su se stessi, su quello che fanno, su cosa o quanto siano esperti in ciò che insegnano, con la voglia incontenibile di affermare la loro personalità, invece di curarsi della personalità dell'allievo.Insegnanti che vogliono modellare l'allievo per creare cloni di se stessi…Non è questo il modo di insegnare !Gli allievi cercano un programma, qualcosa che vada da "a" fino a "z", vogliono conoscere i limiti di ciò che andranno a studiare, l'inizio e la fine, i peggiori vogliono sapere quanti anni occorrono, quante cinture ci sono, quando si fanno gli esami.Anche io pensavo in questo modo, finché uno dei miei maestri mi chiese "Ma tu cosa vuoi diventare ?" - "Perché vuoi che ti insegni ?" - "Cosa vuoi imparare ?"…Non sono domande così frequenti come dovrebbero essere, in realtà in molti Dojo ti iscrivi, e ti mettono a fare i primi Kihon (fondamentali) senza chiederti perché sei li, senza chiederti chi sei, si limitano forse al nome.Il maestro, deve trasmettere non solo la tecnica, che semmai è un mezzo, ma prima di poter insegnare realmente, deve poter comprendere chi ha di fronte. L'allievo, nel nostro Dojo, è il miglior maestro di se stesso.Egli in cuor suo sa già cosa vorrebbe, ha già le sue capacità, sa chi è, ma non ne ha la consapevolezza, ed aiutarlo a prenderne coscienza è il vero compito del maestro nel Dojo.Il maestro è lì per far pensare l'allievo, per farlo riflettere, l'addestramento deve essere rivolto principalmente all'interno e solo marginalmente all'esterno.
Il maestro è si, come è spesso ripetuto, colui che indica la "Via", ma la "Via" è già scelta inconsciamente dall'allievo.Egli mostra la porta che vuoi attraversare, ma quella è la tua porta, non quella di un altro, è il tuo potenziale, non quello di un altro, e lì termina ed inizia il suo primo compito con la domanda "cosa vuoi diventare ?".Pensiamo all'unicità di ogni singolo individuo, come possono cinture, gradi, programmi, esami, formare una personalità senza imprigionarla ?Qualsiasi arte marziale tradizionale, ha molteplici sfaccettature, c'è il piano puramente tecnico-fisico, c'è la concettualità e l'antefatto storico, c'è la componente spirituale e metafisica: quali di questi elementi è il tuo movente per avvicinarti ad essa ? Per alcuni uno, due o tutti, non è questo il punto, cosa è più importante il corpo, la mente o lo spirito ? Fondamentalmente è l'armonia del complesso, non si può separare, distinguere, frammentare, perché ciò inevitabilmente porta allo squilibrio ed alla distruzione. Allora ecco l'importanza di chiedere, di instaurare un rapporto che non sia solo fisico, di pratica, ma prima di tutto umano. In questa visione, l'insegnamento parte dal comprendere le priorità dell'altro, e non potrebbe essere altrimenti. Sul piano fisico questo è evidente, non di può pretendere che un allievo riesca a calciare sopra la sua testa appena approdato al Dojo, e quindi gli si mostrano degli esercizi di allungamento che lo rendano più elastico, ma a livello emotivo, quest'allievo desidera veramente calciare così in alto o lo trova una cosa stupida che non lo interessa affatto ? E se così fosse vogliamo davvero insegnare qualcosa che non interessa ? Perché ? Perché è lo stile ? Perché sono gli altri a doversi adeguare al sistema ?
Per alcuni è così, lo stile è ciò che conta, ma non è che dietro ciò si nasconde il non saper andare oltre ?
Esistono arti marziali che insegnano seguendo il metodo del Kata (forma) facendo eseguire sequenze più o meno lunghe di movimenti precisi, stilizzati ai loro praticanti. Così come si insegna a scrivere in un determinato modo affinché sia possibile stabilire una convenzione che permetta un "dialogo", ci si sacrifica per uniformarsi allo schema, ma questo non è forse solo la base dell'apprendimento ?
Altre arti marziali si basano sul metodo del Waza (tecnica), si cerca attraverso i movimenti di sviluppare una reazione condizionata. Si lascia quindi, teoricamente, più libertà di movimento, il "dialogo" presuppone l'applicazione dinamica con un compagno.Anche qui c'è tranello, perché spesso si trasforma ciò che dovrebbe essere il Waza, in un Kata a coppie, perdendo l'opportunità di espressione che questo metodo offrirebbe.
Si esegue l'attacco secondo lo stile, si esegue la difesa secondo lo stile, e ciò conduce ad una pantomima ancor peggiore perché si illude il praticante di possedere un'abilità che è in realtà artificiosa.
Il Waza dovrebbe essere l'espressione esteriore dell'intima relazione dell'essere interiore con l'esterno.
Davanti ad un pugno, c'è chi indietreggia, chi avanza, chi scarta di lato, chi si blocca, ma vai al Dojo e ti dicono "questo pugno lo devi tirare così" - "Qui afferra in questo modo" - Ma quel modo di tirare il pugno è realmente il tuo od è quello di un altro ? Quel modo di spostarti, quel modo di afferrare è il tuo, o quello che ti è stato insegnato ? Basare l'apprendimento, su basi non proprie è quanto di meno sensato possa esserci nell'ottica dello sviluppo personale, perché si sostituisce la propria natura, con una natura acquisita, artificiosa, e si continua a lavorare su quella invece che sulla propria.Capito questo, il compito del maestro è quello di fornire i mezzi perché l'allievo possa trovare la sua strada e raggiungere i suoi scopi, perché ogni percorso, è irripetibile, forse in parte imitabile, ma l'imitazione è per definizione un limite. Così l'insegnamento nasce dall'ascoltare piuttosto che parlare, dal porre domande piuttosto che fornire risposte, solo così l'allievo riesce a trovare le sue risposte, anche se parziali, su se stesso e sulla sua personale via di crescita, e forse tappa dopo tappa egli può aspirare alla consapevolezza. In questo percorso, mi spiace per i maestri "so tutto io", egli troverà nuove strade, incontrerà nuovi praticanti, cambierà un'infinità di insegnanti, che concorreranno tutti alla sua formazione.Se ciò fa storcere il naso a qualche insegnante, è perché non si sta insegnando con onestà, poiché nessuno è onnisciente e non si può dimenticare che l'allievo non è una proprietà, come anche l'arte non lo è, l'allievo è un essere umano che cerca il suo posto nell'universo, l'arte è patrimonio dell'umanità.Avvolte ho perso amicizie con maestri solo perché non ho rinnovato l'iscrizione a questa o quella federazione o perché ho preferito un altro maestro, e questo li ha forse privati della loro autostima e della loro dose di potere.
Con ciò non affermo che non si deva rispettare un nostro maestro o provare stima o affetto per coloro che ti hanno insegnato. Al contrario, essi vanno tenuti singolarmente in grande considerazione, essi ci hanno dato qualcosa che rimane e che compone una parte di noi stessi, ce l'hanno mostrata quando non sapevamo nemmeno che fosse li, ma come nella scuola, non si può pretendere che un solo insegnante ci accompagni dalle elementari alla laurea, senza nulla togliere a chi ha svolto in modo formidabile il suo compito, quando esso è esaurito ci si rivolge ad un altro, così come ci si rivolge ad uno specialista quando si necessita di un qualcosa di particolare.Allora fornire all'allievo i mezzi per capire più che spiegargli la lezione, vedere in lui la capacità di scegliere più che non lasciargli scelta, di pensare più che imporgli la nostra visione, portarlo davanti alle sue aspirazioni, spingerlo a fare esperienze diverse, dovrebbe essere la realizzazione di ogni maestro.
Il compito lasciato all'allievo è quello di trovare la forza, la volontà e la motivazione di intraprendere il proprio viaggio, che all'inizio sarà senza direzione, che comprenderà scelte sbagliate, ma offrendogli la possibilità di capire il perché siano sbagliate, e questo significa comprendere quale sia la strada giusta !
Questa è la libertà, la libertà alla quale non siamo abituati, imprigionati in percorsi, solo avvolte imposti dall'esterno, ma per lo più imposti dall'interno, perché la libertà così come l'incognito fa paura, mentre lo schema è rassicurante, seguire il programma che altri hanno stilato per noi è più comodo del non avere un programma, l'assenza di una direzione certa, il sentirsi persi nella nebbia della nostra stessa ignoranza. Tuttavia liberarsi da questa paura è il primo passo per crescere realmente non solo nell'arte ma, cosa più importante, come individuo nel mondo.
Andrea Solinas